dentro il mondo degli imenotteri
Storia, cultura e il miele: un viaggio affascinante nel mondo degli imenotteri.
L'apicoltura nelle tradizioni popolari
Dalle grotte al Mediterraneo
Il rapporto tra uomo e ape nasce come “cacciatore-preda”: i favi venivano prelevati in natura dalle cavità dove vivevano le colonie, senza che l'uomo ne avesse il possesso. Lo racconta la Cueva de la Araña, in Spagna, con la più antica raffigurazione nota di un raccoglitore di miele, risalente a oltre 7.000 anni fa. L'apicoltura era già praticata nell'antico Egitto, dove l'ape divenne simbolo di regalità: il prenome dei faraoni era preceduto dall'espressione “colui che appartiene al giunco e all'ape: re dell'Alto e Basso Egitto”. Anche in Grecia e a Roma l'ape compare in monete, ceramiche e rilievi funerari, segno di un legame antichissimo tra i popoli del Mediterraneo e questo insetto.

Il mito di Aristeo
In Sicilia le prime notizie sull'apicoltura risalgono alla Magna Grecia: già nel 300 a.C. Teocrito decantava il miele degli Iblei. I pastori siculi ripresero dai greci il mito dell'eroe Aristeo, figlio di Apollo e Cirene, che avrebbe appreso dalle ninfe l'arte di allevare le api e diffuso questo sapere in tutta la Grecia e nelle colonie. Il mito arrivò anche in Sardegna: a Oliena fu ritrovata una statuetta in bronzo del 1843 raffigurante un uomo ricoperto di api, lo stesso Aristeo civilizzatore che avrebbe insegnato ai sardi apicoltura, olivicoltura e viticoltura.
Le arnie del Mediterraneo
Ogni territorio sviluppò arnie rustiche con i materiali disponibili. In Sardegna si usavano cilindri di sughero, alti fino a 90 cm, cementati con sterco bovino; a Malta prevalevano arnie in terracotta, simili a orci con un'ampia apertura per il prelievo del miele. In Sicilia era diffusa l'arnia “favignanese”, ricavata dai fusti della ferula ed essiccata per un'intera estate prima della lavorazione. In Slovenia, dal Settecento, le arnie di legno venivano decorate con pitture di arte popolare, trasformando gli apiari in vere gallerie a cielo aperto.

La fattoria delle api e la transumanza
Nel 1979, lungo il fiume Irminio, in Sicilia, fu scoperta la “Fattoria delle api”, un complesso a forma di “L” per la produzione del miele, simile ai ritrovamenti dell'Attica. Le arnie degli Iblei erano spostate stagionalmente verso gli agrumeti orientali e, poi, sull'eucalipto o sul timo, a dorso di mulo, nelle caratteristiche “fascedde”. Pratiche simili si ritrovano nel Mediterraneo: fino al secolo scorso, in Calabria le donne trasportavano gli alveari sul capo, di notte, in gruppo; in Slovenia gli apicoltori li legavano sulle spalle; in Francia medievale si pagava una tassa per attraversare le terre feudali con gli alveari.
Miele, cera e idromele
La raccolta avveniva senza uccidere le api: in Sicilia e Sardegna l'arnia veniva aperta per estrarre solo i favi, lasciando intatto il nucleo della famiglia. Dalla torchiatura, tecnica tipica siciliana, si otteneva un miele più ricco di polline rispetto alla centrifugazione, oltre a grandi quantità di cera per candele e artigianato. Fermentando i residui di cera e miele si produceva l'idromele, bevanda già citata da autori romani come Varrone e riservata, si narra, ai ricchi.
Il folklore del miele
In Francia le api erano chiamate “frati del buon Dio”: si credeva riconoscessero le persone buone dalle cattive, pungendo solo queste ultime, e che condividessero la vita e persino il lutto della famiglia del padrone. Era diffusa la convinzione che vendere un alveare per denaro portasse sfortuna. Agli sposi si offriva vino e miele da consumare in trenta giorni, l'origine della “luna di miele”. La cera, oltre agli usi pratici, alimentava la ceromanzia, diffusa in Francia e Turchia per individuare ladri e nascondigli dalle forme assunte cadendo goccia a goccia nell'acqua; in Egitto le bende dei defunti erano impregnate di cera, da cui deriverebbe la parola “mummia”.
“Un fiume di miele” - così il geografo arabo Idrisi, nel XII secolo, descriveva Sicilia, Calabria e, probabilmente, la Puglia
Fonti bibliografiche
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Barbattini R., Fugazza S., 2006. L'ape nell'arte antica. Apitalia, 10/2006: 12-17.
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Le api nella cultura
Api divine, dee e ninfe
Già nella preistoria l'ape fu divinizzata: a Creta e in Grecia rappresentava il potere rigeneratore della Grande Dea, capace di governare sulla morte e donare la vita. In Palestina esisteva una divinità-ape, Melissa (in ebraico Debora, “ape”), affiancata da sacerdotesse, le mélisse, che precedettero culti come quelli di Demetra e dell'Artemide Efesia. Secondo un antico mito anatolico, fu proprio un'ape a ritrovare il dio della vegetazione scomparso, garantendone la reinvestitura: a Creta si narra che le api nutrissero il piccolo Zeus nell'antro dell'Ida, dove ogni nove anni il re si recava per rinnovare il proprio potere.

Il re dell'alveare
Per gli antichi la regina era in realtà un re: solo nel 1738 lo scienziato Jan Swammerdam dimostrò definitivamente il sesso femminile della sovrana dell'alveare. Aristotele stesso riteneva inconcepibile una società dominata dal sesso femminile. L'alveare, retto da un unico sovrano servito e riverito, divenne modello di società perfetta: Licurgo se ne ispirò per la sua riforma a Sparta, Ottaviano lo scelse come immagine della Domus Augusta, ed Eliano vi trovò la struttura piramidale dell'impero romano. Le api, “gelose della loro sfera di dominio”, non perdonavano gli usurpatori: un'attitudine che i giuristi romani citavano nelle loro declamazioni sul confine tra natura e diritto.
Anime, miele e rinascita
Il miele era considerato sostanza ambigua e insieme incorruttibile: nutrimento dei neonati, ma anche strumento di conservazione dei morti, al punto che le tombe a tholos micenee vengono lette come forme di alveare. Per il filosofo Porfirio, gli antichi chiamavano “mélisse” le anime destinate a rinascere con giustizia. A Ravenna, in un mosaico del VI secolo, Sant'Apollinare appare ammantato di api, anime dei giusti; ancora oggi in Grecia si lasciano vasetti di miele nelle cappelle funerarie lungo le strade.
Il miele della scienza e delle lettere
Montaigne riprese l'immagine nel Cinquecento, e Jonathan Swift la userà per opporre le “api” degli Antichi, che dalla natura traggono miele, ai “ragni” dei Moderni, che filano dai propri stessi umori. La metafora arriva fino all'Accademia del Buon Gusto di Palermo, fondata nel 1718, il cui emblema - uno sciame che vola tra i fiori con il motto “Libant et probant” - nasce proprio da questa idea di sapere trasformato in opera originale.
"Dobbiamo imitare le api... distinguere quello che abbiamo ricavato dalle diverse letture" - Seneca, Epistola a Lucilio
Dalla tomba di Childerico a Napoleone
Api d'oro furono ritrovate nel 1653 nella tomba di Childerico, re merovingio morto nel 481. Nel 1804 Napoleone le fece ricamare sul proprio manto d'incoronazione, in ricordo di quel ritrovamento, eleggendole simbolo del suo impero; si è ipotizzato che perfino il giglio araldico di Francia derivi da un'immagine stilizzata dell'ape. Da allora compaiono in decine di stemmi comunali europei, settantaquattro solo in Italia, e persino nella simbologia massonica.

Dall'operosità al simbolo borghese
Nel Seicento anche la Chiesa se ne appropriò: papa Urbano VIII Barberini, mecenate di Bernini, adottò le api come icone di un pontificato benefico per lettere e arti. Con l'Illuminismo l'immagine cambiò segno: nella “Favola delle api” di Mandeville (1714) l'alveare operoso diventa metafora, non più disinteressata, di una società mercantile spinta dall'interesse privato. Il poeta romantico John Keats capovolgerà l'immagine, invitando l'uomo a farsi fiore, ricettivo, piuttosto che ape affannata a raccogliere.
“Le api saccheggiano i fiori qua e là, ma poi ne fanno il miele che è tutto loro” — Montaigne, riecheggiando Seneca
Fonti bibliografiche
Purpura G., Le api, l'accademia e il potere. Memoria presentata all'Accademia Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti di Palermo, 24 novembre 2010 (fonte principale dell'articolo).
Seneca, Epistulae ad Lucilium, 84, 3-4.
Montaigne M. de, Essais, I, 26.
Roscalla F., Presenze simboliche dell'ape nella Grecia antica, Firenze, 1998.
Giuman M., Melissa. Archeologia delle api e del miele nella Grecia antica, Roma, 2008.
Fumaroli M., Le api e i ragni. La disputa degli Antichi e dei Moderni, Milano, 2005.
Maeterlinck M., La via delle api (1901), Milano, 2003.
Levi M. A., Il regno delle api e la "domus Augusta". PP, 212, 1983: 327 ss.
Mantovani D., I giuristi, il retore e le api. Ius controversum e natura nella declamatio maior XIII. Seminarios Complutenses de Derecho Romano, XIX, 2006: 205-283.
Bettini M., Antropologia e cultura romana. Parentela, tempo, immagini dell'anima, Roma, 1994.
Di Gesù G., Realtà e mito nell'emblema dell'Accademia Palermitana del Buon Gusto. Atti dell'Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Palermo, Conferenze 1998-1999.

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